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Valentina Pinza al XV boxeo literario. Bologna, marzo 2016. (Foto: Donata Cucchi)

Primo amore, naturalmente

«Era amore, ma non ce ne eravamo accorti
nessuno di noi lo sapeva
sono passati gli anni
abbastanza
da dimenticarci tutto, respiri e tutto il resto,
quelle magliette le abbiamo buttate
estati ed estati fa
forse già l’anno dopo;
quella notte a guardare le stelle
chi dice che i desideri siano soli?
Niente doveva cambiare
e invece, naturalmente, siamo cambiati
cresciuti, occupiamo molto più spazio nel mondo
anche se ho l’impressione di esserci rarefatti;
quella notte una madre ci disse,
pensate: crescerete e vi dimenticherete
gli uni degli altri
adesso siete giovani
ma le cose cambiano
disse
qualcosa del genere
e aveva ragione, naturalmente.
Che dire, io
quella notte
la odiai con tutta me stessa.
Vi amo ancora
anche se non ricordo i vostri vestiti
le vostre voci, i vostri gesti
quello che resta del tempo e delle parole
sono solo io;
amore è attenzione, dicono
amore è ricordare
ma amare è dimenticare
e restare».

Valentina Pinza, «Il pane del giorno prima», Ladolfi Editore, 2015

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Barbara Herzog al XV boxeo literario. Bologna, marzo 2016. (Foto: Donata Cucchi)

«Voglio sapere. Addentrarmi.
Nuotare nel dolore.
Sprofondare negli occhi iniettati di sangue rappreso da un anno.
Svuotati. Dalla fiducia nell’anima umana.
Cos’è umano.
Parlare con la voce afona che non ha più nulla da esprimere.
Ascoltare il tremendo silenzio.
Non c’è fine. Continuerò malamente ad incollare frantumi.
Continueranno a frantumare.
Voglio essere invasa dal tonfo sordo che batte ribatte
nella testa china per comprendere.
Comprendere è il primo passo verso la guarigione?
Dal gelo nelle vene dei torturatori».

Barbara Herzog, dalla raccolta «Se non nel silenzio», L’Arcolaio 2015

«Lei aveva mani magre e polsi stretti – come le spose perfette
gli occhi curiosi e neri – che sembravano due navi in partenza
e ridevo a sentirla parlare e la sua lingua tra i denti
mi ricordava un’estate lontana, quando ancora mordevo le cose

E sono 10 notti che una barca d’argento mi taglia la strada nel sonno
e sono più di 100 i nodi sul soffitto della mia stanza
Vorrei dirti che sto bene e la mia ossatura
è tutt’uno con la carne ed il sangue
come le corde ed il legno delle mie chitarre

Vorrei piangere sul tuo seno e poi lasciarmi andare
ho imparato da poco a nuotare in questo grande mare
fammi un po’ di posto, sono stanco, dammi da mangiare
E non dire per niente al mondo
che posso fare di meglio

E come fanno gli altri, come fanno gli altri
a vivere, scegliere, fare
a vedere cambiare le cose e restare sempre comunque nel mezzo
come lampioni stradali – alberi da frutto estivi –
sempre uguali, sempre in piedi, sempre accesi e vivi

E allora forse io vivo ad Atlantide, ma non ho ancora la faccia
di chi ha capito, di chi ha tradito, di chi ha visto passare le nuvole,
ma io e la mia barca d’argento conosciamo bene
queste tempeste di mare, le rotte del vento
queste onde cattive»

Stefano Barotti, «Il legno e le corde» dall’album «Uomini in costruzione» (2003): www.stefanobarotti.net